Chakra, Filosofia dello Yoga, Yoga

I colori dei Chakra, tra sapienza millenaria e invenzioni New Age

Quando ho scoperto che tutto ciò che sapevo sui Chakra era sbagliato

Il giorno in cui ho scoperto che i chakra non hanno colori, qualcosa dentro di me si è rotto.

Avevo letto libri, visto immagini, memorizzato: rosso per il primo, arancione per il secondo, giallo per il terzo… come se fossero verità incise nella pietra da millenni. Come se gli antichi maestri vedici avessero davvero detto: “Il chakra della radice è rosso fuoco, quello del cuore è verde smeraldo.”

E invece no.

In nessun testo antico i chakra vengono descritti con i colori dell’arcobaleno.

Nessuno.

Quando ho realizzato questo, per un attimo mi sono sentita tradita. Avevo studiato, praticato, insegnato seguendo una mappa che credevo antica… e invece era stata disegnata nel 1977 da un autore New Age americano.

Ma subito dopo quel senso di tradimento, è arrivato qualcosa di più grande: la curiosità. Se i chakra non sono quello che mi avevano raccontato, allora cosa sono davvero?

E soprattutto: cosa dicono di loro i testi antichi, quelli veri, quelli scritti mille anni fa in sanscrito?

Ci ho messo tre anni ad arrivare qui, ad affrontare questo grande tema nella mia scuola. Come poteva mancare una sezione dedicata ai chakra in una scuola di yoga? Eppure per molto tempo ho esitato.

Il motivo è semplice: temevo di banalizzare un argomento così meraviglioso, ampio e complesso. Ogni volta che pensavo di proporlo avevo paura di scivolare anch’io nella superficialità, di ridurre i chakra a quei disegni colorati che si trovano ovunque, di fermarmi in superficie senza riuscire a trasmettere la loro reale profondità.

Perché i chakra non sono decorazioni da appendere al muro. Non sono colori da memorizzare o cristalli da posizionare sul corpo.

Sono esperienza viva, che prende forma dentro il corpo, nella mente, nelle emozioni, nel modo in cui camminiamo nel mondo.

E quando torni alle fonti originali, quando togli tutto quello che è stato aggiunto negli ultimi cinquant’anni, scopri qualcosa di incredibile: i chakra sono una delle mappe più antiche e raffinate che l’essere umano abbia mai riconosciuto per orientarsi nel viaggio dell’evoluzione della coscienza.

Ma questa mappa non è fatta di colori.

È fatta di ruote, vortici, di fiori di loto che si aprono. Sono canali energetici che si intrecciano, è corpo che diventa portale.

In questo articolo riscoprirai i chakra per quello che sono veramente secondo la tradizione vedica.

Non come ti hanno raccontato su Instagram, ma come li hanno tramandati i maestri antichi: una mappa viva inscritta nel corpo stesso.

E forse, anche per te, qualcosa si romperà. O finalmente, si aprirà.

Pietre colorate e simboli dei chakra

La verità che non mi aspettavo

In nessun testo antico i chakra vengono descritti con i colori dell’arcobaleno o con le immagini a cui siamo ormai abituati nei manuali moderni.

Sì, hai letto bene.

I colori che oggi tutti associano ai chakra – dal rosso al viola – non appartengono alla tradizione antica, ma nascono in ambito New Age. È stato Christopher Hills, nel suo libro Nuclear Evolution pubblicato nel 1977, a proporre per la prima volta questa corrispondenza cromatica. Non a caso il sottotitolo del libro era proprio The Discovery of the Rainbow Body, “Alla scoperta del corpo arcobaleno”.

Prima di quel momento, non troviamo nulla di simile nella tradizione yogica.

Anche le rappresentazioni grafiche dei chakra che oggi consideriamo “classiche” sono molto più recenti di quanto si pensi: alcuni studiosi fanno risalire le prime raffigurazioni addirittura al 1800. Alcune ricerche indologiche sostengono che potrebbero essere state influenzate da uno sguardo occidentale.

Questo non significa che siano sbagliate. Significa che la loro funzione non è mai stata quella di essere simboli esteriori, ma di agire come punti di riferimento interiori: coordinate su una mappa che ci guida nel viaggio di evoluzione della coscienza.

I chakra non chiedono di essere imparati a memoria, studiati o memorizzati: chiedono di essere sentiti.

Una ruota intarsiata antica.

Una Ruota che gira: l’etimologia come punto di partenza

Come sempre, voglio iniziare dalla parola stessa, dalla sua etimologia. È un passaggio che per me è fondamentale perché la lingua dello Yoga, il Sanscrito, è parte dello yoga stesso. Una lingua antica, vibratoria, che non è nata per il commercio o per l’uso quotidiano, ma per la pratica spirituale, per custodire e trasmettere insegnamenti profondi.

Ogni parola sanscrita porta con sé molto più di un significato: porta un’energia, un simbolismo, una verità che ci raggiunge sia attraverso il suono che attraverso l’immagine evocata.

E così è anche per la parola chakra, che significa letteralmente ruota.

Fermiamoci un attimo su questa immagine:

Perché proprio una ruota?

La ruota è qualcosa che gira, che deve muoversi per avere senso. Una ruota ferma smette di essere una ruota, ma una ruota che gira è vita, è processo, è dinamismo. Se pensiamo all’India vedica di migliaia di anni fa, la ruota era una delle invenzioni più rivoluzionarie: permetteva di trasportare, di viaggiare, di muoversi. Era simbolo di possibilità e di trasformazione.

Se una ruota smette di girare perde il suo senso. E poiché chakra significa proprio ruota, possiamo cogliere da qui un primo insegnamento prezioso: un chakra non può restare fermo, perché perderebbe la sua funzione. Ha bisogno di restare vivo, in continuo movimento.

Una ruota che gira non solo si muove: crea energia, genera forza, mette in moto un processo. Quando la ruota gira, nasce un vortice.

Un vortice è una massa in movimento circolare che al centro crea un vuoto, una cavità, capace di attrarre tutto ciò che entra nel suo raggio d’azione.

Ecco allora che possiamo iniziare a intuire il funzionamento dei chakra: sono come vortici, ma invece di muovere fluidi o materia, lavorano con le parti di noi più sottili come la coscienza, le emozioni, i pensieri, le idee, le convinzioni. Attraggono, trasformano, rilasciano energia e informazioni, mantenendo vivo un flusso continuo che modella, istante dopo istante, la nostra esperienza di vita.

La ruota, con i suoi raggi, evoca anche un’altra immagine sacra: il Sole. Il Sole che scalda, che illumina, che rende possibile la vita. Il Sole che irradia la sua forza e diffonde attorno a sé luce e calore.

Ecco che piano piano il concetto di Chakra prende forma: possiamo immaginarli come vortici di materia sottile in costante movimento, che fanno scorrere la vita dentro di noi. Sono ruote che, quando girano in armonia, irradiano all’esterno forza, vitalità e luce, proprio come il Sole.

Nella ruota riconosciamo anche il cerchio. Cosa fa un cerchio? Racchiude, protegge ciò che è dentro, e nello stesso tempo traccia un confine rispetto a ciò che è fuori.

Ogni chakra, in questo senso, è uno spazio che custodisce e allo stesso tempo delimita. È un perimetro che ci permette di riconoscerci, un confine che ci aiuta a mantenere una forma sana e sicura nel rapporto con l’esterno. È un equilibrio tra l’essere abbastanza permeabile da lasciar entrare ciò che ci nutre, e l’essere abbastanza saldo da non disperdere tutto all’esterno.

Ecco allora un’altra grande funzione dei chakra: sono i nostri confini interiori.

La rivoluzione del Tantrismo: quando il corpo diventa sacro

La parola chakra compare per la prima volta nei Veda (2000-2600 a.C.) come disco rotante, simbolo del tempo ciclico. Negli Yoga Sūtra di Patañjali (V secolo a.C.) appare come punto focale all’ombelico. Ma in nessuno di questi testi troviamo i chakra come li conosciamo oggi.

Dobbiamo aspettare il V secolo d.C., con l’avvento del Tantrismo, per trovare finalmente i chakra descritti: centri interiori, vortici di energia che appartengono al corpo sottile e che diventano la mappa del risveglio spirituale.

Il tantrismo nasce come un movimento di ribellione contro la rigidità della cultura vedica tradizionale. Il suo contributo più rivoluzionario è stato quello di restituire dignità e centralità al corpo. Prima di allora, il corpo era visto come un ostacolo, qualcosa di inferiore rispetto allo spirito.

Con il tantrismo, invece, il corpo non è più un impedimento: diventa il mezzo privilegiato attraverso cui è possibile giungere alla liberazione.

Materia e spirito non sono più due realtà opposte, ma due facce della stessa medaglia. La materia viene riconosciuta come la manifestazione energetica dello spirito: ciò che vediamo, tocchiamo e viviamo non è che lo spirito che prende forma.

Da questo grande fenomeno culturale e spirituale nasce l’Haṭha Yoga, che sviluppa la fisiologia mistica dei chakra, trasformandoli in mappe interiori capaci di guidare l’essere umano nel suo percorso di crescita e risveglio.

Il corpo come casa

Il primo testo che descrive i chakra in modo sistematico è il Gorakṣaśataka (X-XI secolo). Al verso 14 leggiamo:

«Quegli yogin che non conoscono il corpo come una casa, provvista di una colonna, di nove porte e di cinque energie divine… come possono avere successo nello Yoga?»

Il messaggio è diretto: bisogna conoscere il corpo. E qui tocchiamo il cuore dell’Haṭha Yoga: il corpo non è un ostacolo, ma una casa sacra, lo spazio dove materia e spirito si incontrano e dove possiamo lavorare per trasformarci.

Senza consapevolezza del corpo non può esserci alcun progresso nello Yoga.

Loti che sbocciano: il significato dietro al numero dei petali

I chakra vengono chiamati anche loti, perché sono paragonati al fiore sacro dell’India. Il loto cresce nell’acqua fangosa, affonda le sue radici nel buio, ma ogni mattina si apre alla luce, immacolato, senza portare con sé né tracce di fango né gocce d’acqua.

Quello che compie il loto è lo stesso cammino che percorre la coscienza attraverso i chakra: dalle radici più dense e terrene, legate alla sopravvivenza e alla materia, fino alla fioritura spirituale del loto dai mille petali, il Sahasrāra, che si apre alla sommità del capo.

Come i fiori, anche i chakra non sono entità fisse, ma spazi vivi, dinamici, che possono essere in piena fioritura o appassiti, aperti o chiusi, a seconda del nostro stato di coscienza interiore.

Gorakṣa descrive i chakra attraverso il numero dei loro petali: 4, 6, 10, 12, 16, 2, fino ai mille del settimo. Non sono numeri casuali: il numero dei petali corrisponde al numero di nāḍī (canali energetici) che convergono in quel punto.

Questo ci dice con quanta attenzione gli antichi avevano osservato la rete sottile di energie che attraversa il corpo.
C’è un altro dettaglio che ho trovato affascinante: se sommiamo i petali di tutti i chakra otteniamo 50, esattamente lo stesso numero delle lettere dell’alfabeto sanscrito. Ogni petalo è la manifestazione di una vibrazione, di un’energia sottile che vive dentro di noi.

Materia, energia, coscienza: i tre livelli inscindibili

I chakra non possono essere rinchiusi in un’unica definizione. Non appartengono a un solo piano: sono multidimensionali, abbracciano tutti i livelli dell’essere contemporaneamente.

Livello fisico

Ogni chakra è innanzitutto un centro fisico, radicato in funzioni precise legate ai principali gangli nervosi e alle ghiandole endocrine. Il primo chakra si collega alle ghiandole surrenali, il secondo alle ovaie e testicoli, il terzo al pancreas, il quarto al timo, il quinto alla tiroide, il sesto alla pineale, il settimo all’ipofisi.

I chakra non sono organi né ghiandole, ma si intrecciano profondamente con il corpo fisico, tanto che alcuni dicono che sia proprio quest’ultimo a prendere forma intorno ai chakra.

Livello energetico

Ogni chakra è un vero e proprio incrocio energetico, un punto dove le nāḍī si incontrano. Quando il “traffico” scorre fluido, le energie girano senza ostacoli, creando movimento, vitalità e apertura.

Sul piano energetico, i chakra funzionano come regolatori: lasciano entrare, trasformano, distribuiscono. Permettono a quelle correnti vibratorie che ci attraversano di fluire senza resistenze, facendoci diventare canali liberi della Śakti, l’energia originaria che da sempre si muove dentro e attraverso di noi.

Livello coscienziale

I chakra sono ingranaggi che muovono la spirale dell’evoluzione della nostra coscienza. Si possono leggere come paradigmi di coscienza, stadi evolutivi che ci guidano dagli stati più bassi e istintivi alle consapevolezze più alte.

Materia, energia e coscienza non vivono mai separate: si intrecciano senza sosta. Nei chakra inferiori prevale la materia, nei chakra intermedi l’energia, nei chakra superiori la coscienza. Ma dentro ognuno di essi, queste tre dimensioni convivono sempre insieme.

La mappa che si fa corpo

L’essere umano ha sempre riconosciuto mappe per leggere la vita interiore: Maslow con la sua piramide dei bisogni, Jung con gli archetipi, i Tarocchi, l’antica alchimia, Ken Wilber con lo spettro della coscienza.

Ogni cultura, ogni epoca, ha riconosciuto le sue mappe. Tra tutte le mappe che l’essere umano ha riconosciuto per orientarsi nel mistero della coscienza, quella dei chakra ha qualcosa di unico e sorprendente: non si trova fuori di noi, ma è custodita dentro il corpo.

La maggior parte delle mappe ci offre strumenti preziosi, ma sono modelli mentali, schemi simbolici, rappresentazioni che dobbiamo pensare.

Il corpo come portale cosmico

Ciò che differenzia il sistema dei Chakra è che questa mappa è inscritta nel corpo. Non è un’astrazione filosofica, non è un modello simbolico “fuori da noi”: è un percorso che coincide con la nostra carne, con il respiro e le sensazioni.

Questo è un cambio radicale: non c’è evoluzione della coscienza senza il corpo.

La mente tende a pensare la crescita come un fatto “spirituale” o “mentale“, ma i chakra ci insegnano che la trasformazione più alta avviene passando per i muscoli, gli organi, le ghiandole, il respiro.

I chakra non sono soltanto un sistema simbolico, ma una mappa vivente: non la troviamo in un libro o in un disegno, la troviamo chiudendo gli occhi e tornando dentro, nel centro del nostro petto, nella radice del ventre, nel respiro che sale alla gola.

Il problema è che spesso questa mappa straordinaria resta silente: portiamo dentro di noi la mappa più antica e precisa della coscienza… e la ignoriamo. È come viaggiare con una bussola infallibile cucita sotto la pelle e continuare a cercare un GPS fuori di noi.

Se gli altri sistemi raccontano il percorso, i chakra lo fanno diventare esperienza fisica e il corpo diventa “portale cosmico”.

Il corpo non è più un ostacolo da trascendere, ma il portale stesso attraverso cui la coscienza fluisce. È come dire: tutto l’universo passa da qui.

Forse è questo il mistero più grande: il viaggio verso la coscienza universale non parte dal cielo, ma dalla terra. Il divino non si cerca lontano, ma si scopre proprio qui, nel respiro, nei sensi, nella materia che ci abita.

Il viaggio che inizia dal corpo

I chakra non chiedono di essere studiati, ma sentiti, vissuti.  

Dal radicamento fino alla visione, dall’istinto alla libertà, dalla forma alla luce: l’evoluzione della coscienza accade qui, nel corpo, in questo momento.

Quello che conta è l’ascolto. Chiudi gli occhi per un momento, porta l’attenzione a un chakra nel corpo – quello che attrae la tua attenzione oggi – e non cercare risposte. Lascia che emerga da solo, spontaneamente, come un dono.

Perché è vero che lo yoga ci apre a una dimensione trascendente e universale, ma lo fa sempre partendo dalle funzioni più semplici e fondamentali della vita umana. Parla al corpo, alle emozioni, ai bisogni essenziali. E da lì, piano piano, ci apre le porte verso ciò che sta oltre.

Come praticare seguendo la geografia del corpo sottile?

Noi ci stiamo provando. Nella piattaforma Silli Yoga Shala, uno spazio dove praticare seguendo i ritmi della natura, dove dietro ad ogni lezione ci sono anche insegnamenti filosofici profondi.
Stiamo attraversando un percorso dove i chakra non restano teoria ma diventano esperienza incarnata.

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Con amore,

Silli

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