Chakra, Filosofia dello Yoga, Yoga

Il secondo chakra, la colpa e il corpo anestetizzato (e come tornare a sentire)

Quando hai smesso di sentire

C’è un momento, nella vita di molte di noi, in cui smettiamo di sentire.

Non accade all’improvviso, in un giorno preciso che possiamo segnare sul calendario, ma piano piano, con una lentezza quasi impercettibile, il corpo diventa come sordo alle sue stesse sensazioni.

Le sensazioni e le emozioni si fanno lontane, come voci che arrivano da dietro un vetro spesso, e il piacere, quel piacere semplice e naturale di essere vivi, di avere un corpo, di respirare, si spegne come una candela che ha esaurito l’ossigeno. 

Un giorno ti svegli e ti accorgi che non senti più davvero.

Non senti nemmeno il piacere profondo di un cibo che ti piace, non senti la gioia nel muovere il tuo corpo al ritmo di musica, non senti le sensazioni sottili che ti attraversano quando vieni sfiorata da qualcuno.
Senti solo una specie di rumore di fondo, un brusio costante. La mente è attiva e in uno stato di analisi continua.
Ma il corpo, quello strumento miracoloso fatto per sentire la vita, si è come ammutolito.

Questo purtroppo accade a tantissimi di noi.

Abbiamo imparato a disconnetterci per sopravvivere in un mondo che ci ha insegnato che sentire è pericoloso, che le emozioni sono debolezza, che il piacere è peccato, che il corpo va controllato, domato e zittito.

Da bambini sentivamo tutto. Eravamo completamente connessi alle nostre sensazioni, piangevamo se avevamo fame, ridevamo se eravamo felici, urlavamo se eravamo arrabbiati, e non c’era filtro tra il sentire e l’esprimere.

Poi è arrivata l’educazione: “Non piangere”, “I maschi non hanno paura”, “Le bambine non si arrabbiano”, “Non esagerare”, “Controllati.”

E così abbiamo imparato a bloccare il sentire, a reprimere la rabbia, la tristezza e la paura.
Quello che non sapevamo è che, quando blocchi un’emozione, blocchi tutte le emozioni, perché quando blocchi il dolore, blocchi anche il piacere.

Sentire è una funzione unica del corpo: o senti tutto, o non senti niente.

Quando blocchi il sentire, blocchi le acque di Svādhiṣṭhāna: il secondo chakra, quella coppa d’acqua nel bacino che custodisce il tuo diritto sacro di sentire, gustare, desiderare, creare.

Questo articolo è un invito a tornare a sentire, a riconoscere che il piacere non è qualcosa di cui vergognarsi ma una funzione naturale del corpo umano, e a capire che le emozioni non sono nemiche da combattere, ma acque che chiedono di fluire.

L’acqua che scorre

Ricordi la terra del primo chakra? Quella solidità, quella pesantezza, quella sensazione di essere radicata così in profondità che niente ti può smuovere?
Se vuoi rileggere l’articolo sul primo chakra, ti lascio qui il link. 

Ma ora saliamo, e tutto cambia.

Il solido diventa liquido, l’immobile diventa movimento, la durezza della terra si scioglie nella fluidità dell’acqua.

L’acqua ha un peso, puoi toccarla, eppure ti scivola tra le dita, non puoi afferrarla, non puoi tenerla ferma, perché si muove sempre. Ed è proprio questo il punto: il movimento è l’essenza dell’acqua.

Senza movimento non c’è vita, senza cambiamento non c’è evoluzione. Dove l’acqua ristagna, marcisce, ma dove scorre, torna limpida, cristallina.

L’acqua, a differenza della terra, si adatta ad ogni contenitore: nel bicchiere diventa cilindrica, nella ciotola diventa tonda, nel fiume segue ogni curva, ma resta sempre acqua. Cambia forma senza perdere la propria essenza.

Questa è la duttilità del secondo chakra, la capacità di essere flessibili senza tradirsi, di adattarsi senza dissolversi.

Pensa ad un fiume che scorre verso il mare. Non perde acqua lungo il cammino: la raccoglie, raccoglie affluenti, ruscelli, torrenti, e man mano che fluisce, acquista potere e impeto, diventa sempre più grande e potente.

In questo viaggio, l’acqua segue la strada di minore resistenza.

Quando l’acqua è equilibrata, ci sentiamo piene, soddisfatte, complete. In Ayurveda questa qualità si chiama Prīṇana: la pienezza. È la capacità di provare piacere dentro il proprio corpo, dentro il proprio movimento, dentro ciò che l’esistenza ci mette davanti.

Prīṇana è profondamente legato al secondo chakra.

Svādhiṣṭhāna: il sostegno dolce della vita

In sanscrito, il secondo chakra è chiamato Svādhiṣṭhāna. Una delle traduzioni più note è “il sostegno del soffio vitale”, da svadh — soffio vitale — e iṣṭhāna — sede, sostegno.

Ma esiste un’altra interpretazione bellissima: dalla radice svad, che significa “addolcire”.

Qui tutto cambia, perché questo sostegno non ci parla di sforzo o durezza, ma di morbidezza, dolcezza. 

E dove troviamo questa “dolcezza del sostegno”? Nei centri del piacere.

Il secondo chakra risiede nella zona genitale, nel basso ventre, nel bacino. Per l’esattezza, viene posizionato nell’osso sacro, quella massa ossea compatta che sta alla base della spina dorsale. Corrisponde al plesso sacrale, un ganglio nervoso che è un centro di movimento per il corpo.

Ed è proprio in quest’area che si formano le cellule germinali, quelle da cui nasce la possibilità stessa della vita.

Il secondo chakra governa anche un senso specifico: il gusto. E qui troviamo una corrispondenza bellissima: l’area della bocca e l’area genitale sono molto simili, entrambe sono umide, recettive, sensibili, entrambe sono capaci di assaporare e di creare, entrambe hanno bisogno di acqua per funzionare.

La bocca gusta il cibo e, attraverso quel piacere, nutre il corpo. L’area genitale gusta il piacere sessuale e, attraverso quel piacere, può creare la vita.

Sono due centri del piacere governati dallo stesso chakra, dallo stesso elemento: l’acqua.

E quando le acque del secondo chakra sono in salute, riusciamo a gustare non solo il cibo, ma la vita stessa.

Non è un caso che Svādhiṣṭhāna corrisponda a tutte le funzioni corporee che hanno a che fare con i liquidi: circolazione, eliminazione urinaria, sessualità, riproduzione.

Perché dove c’è acqua, c’è vita. Dove c’è movimento, c’è creazione. Dove c’è piacere, c’è generatività.

Se l’acqua è il veicolo del piacere, il piacere è il veicolo stesso della vita, e il secondo chakra ci insegna che proprio per questo il piacere è sacro.

Il piacere non è peccato: è prāṇa che scorre

Ci hanno insegnato a pensare al piacere come qualcosa di peccaminoso, trasgressivo. Ma nessuno ci ha mai detto che il piacere è una funzione naturale del corpo umano, una manifestazione sana della nostra vitalità.

Il piacere vive nel sistema limbico, la parte più antica del cervello che regola battito cardiaco, respirazione, digestione e ormoni. Quando il sistema limbico viene stimolato in modo piacevole, tutto il corpo si riequilibra: il cuore rallenta, il respiro diventa più profondo, la digestione migliora.

Il piacere non è un optional ma una necessità biologica.

Alexander Lowen, fondatore della Bioenergetica, ha dato una definizione bellissima: “Il piacere è la sensazione che nasce dal flusso libero dell’energia nel corpo.”

In questo senso il piacere non è qualcosa da cercare fuori, da comprare o consumare, ma è ciò che accade quando l’energia scorre liberamente dentro di te, quando non ci sono blocchi, contrazioni, tensioni che trattengono.

Questa visione si allinea perfettamente con i testi antichi dello Yoga. L’Hatha Yoga Pradīpikā dice: “Quando il prāṇa scorre liberamente e il corpo è purificato, il praticante sperimenta una beatitudine naturale e gioiosa.”

Ricordi il significato del nome Svādhiṣṭhāna? Il sostegno del soffio vitale. È proprio qui, nella coppa delle acque, che il prāṇa viene sostenuto.

Il piacere autentico, quello che sorge dal flusso libero del prāṇa, fa accadere qualcosa di magico: ci radica nel momento presente. Quando sto sperimentando il piacere, sono solo lì, la mente tace ed io sono completamente presente.

In quel momento semplicemente sei, semplicemente senti, vivi. E in quel sentire, il prāṇa scorre e le acque di Svādhiṣṭhāna fluiscono.

Il problema nasce quando reprimiamo il piacere.

Sentire non è pensare

Ma cosa significa esattamente “sentire”? E perché per molti di noi è diventato così difficile?

Il problema è che molti di noi confondono il pensare con il sentire.

Sentire non è pensare. Sentire è una funzione del corpo, pensare è una funzione della mente.

Quando senti, non stai analizzando, non stai interpretando, non stai giudicando, stai semplicemente registrando ciò che accade nel corpo in questo momento: caldo, freddo, pesante, leggero, teso, rilassato, doloroso, piacevole. Queste sono sensazioni.

Ma spesso non siamo in contatto con le nostre sensazioni perché abbiamo imparato a bloccare il sentire. Per sopravvivere in un mondo che ci chiedeva di non sentire, abbiamo bloccato la rabbia, la tristezza, la paura, l’energia sessuale. E quando blocchi un’emozione, le blocchi tutte.

Parlo di sensazioni ed emozioni, ma questi non sono termini intercambiabili. Sono diverse, seppure estremamente connesse. 

Le sensazioni sono fisiche, sono input diretti del corpo. Le emozioni sono di matrice energetica: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto. Il punto di contatto tra emozioni e sensazioni è proprio il corpo. L’energia dell’emozione deve manifestarsi attraverso il corpo e si manifesta sotto forma proprio di acqua: lacrime, sudore, urina.

Ecco che l’acqua è collegata proprio alla componente più emozionale del nostro essere.

Le emozioni scorrono, come l’acqua, si muovono dentro di noi, e quando escono lo fanno sotto forma di acqua. La parola stessa, e-mozione, significa “movimento verso l’esterno”. Le emozioni vogliono scorrere, vogliono muoversi, vogliono essere sentite e rilasciate, come l’acqua.

Se l’acqua viene trattenuta, cresce la pressione, e quella pressione eroderà ciò che la trattiene. Così è con le emozioni represse: prima o poi trovano una via d’uscita, magari non come lacrime, magari come malattia, come dolore cronico, come esplosioni incontrollate.

La colpa: l’emozione che blocca le acque

Se nel primo chakra, quando qualcosa si incrina, emerge la paura primordiale di non sopravvivere, nel secondo chakra, l’emozione che affiora dalle sue acque è la colpa.

Se nel primo chakra risiede la paura di morire, nel secondo c’è la colpa di vivere pienamente.

La colpa di sentire, di desiderare, provare piacere, di ricevere, di lasciarsi andare, di permettere alla vita di scorrere attraverso di noi.

È un’emozione sottile e insidiosa che accompagna ogni movimento verso il piacere, ogni impulso creativo, ogni desiderio che nasce.

Ascolta queste voci. Forse le riconosci:

“Non dovrei sentirmi così.” “È sbagliato desiderare questo.” “Non merito di stare così bene.” “Se provo piacere, sono egoista.” “Devo controllarmi.” “Le emozioni sono debolezza.” “È sbagliato sentire piacere”

Queste sono le voci della colpa, e vivono nel secondo chakra come guardiani severi che impediscono all’acqua di scorrere e al piacere di fluire.

Le radici della colpa affondano in quel tempo dell’infanzia in cui da bambine abbiamo iniziato a esplorare il mondo e il corpo. È lì che abbiamo ricevuto i primi messaggi su cosa era permesso sentire e cosa no.

Forse hai pianto troppo, e qualcuno ti ha detto di smettere. Forse hai cercato contatto, e ti è stato negato. Forse hai esplorato il tuo corpo con curiosità naturale, e sei stata fermata con disapprovazione e giudizio. Forse hai espresso gioia, entusiasmo, desiderio e ti hanno detto che era “troppo”, che dovevi controllarti.

Non sempre servono grandi traumi. A volte bastano sguardi, silenzi, tensioni nel corpo di chi ci accudiva, un “no” ripetuto troppo spesso, un’assenza o un distacco quando cercavamo presenza.

La colpa blocca il flusso. Quando sentiamo colpa per ciò che desideriamo, ci blocchiamo. Quando sentiamo colpa per ciò che proviamo, ci reprimiamo. E quando sentiamo colpa per il piacere, ci neghiamo il piacere stesso.

Se l’acqua del secondo chakra smette di scorrere, si blocca: diventa stagnante.

Questo blocco si manifesta nel corpo come tensione nel bacino, rigidità nelle anche, dolori lombari, problemi agli organi riproduttivi.
Nelle emozioni si manifesta come difficoltà a sentire e esprimere ciò che provi, paura di essere “troppo”, tendenza a reprimere.
Nella creatività come blocchi creativi, paura di esprimere la propria unicità.
Nelle relazioni come difficoltà a ricevere, paura di chiedere ciò che desideri, tendenza a dare sempre senza mai ricevere.

Il secondo chakra è anche la sede delle memorie collettive, e in molte culture, compresa la nostra, per secoli il piacere (soprattutto quello femminile) è stato considerato pericoloso, sbagliato, peccaminoso. Il corpo femminile, con la sua ciclicità, la sua fluidità, la sua capacità di provare piacere senza finalità riproduttiva, è stato controllato, represso, colpevolizzato.

Questa memoria collettiva vive ancora nel secondo chakra.

Tornare a fluire

Quelle colpe appartengono a un tempo molto remoto. Risalgono a quando eravamo bambine e sguardi severi, “no” ripetuti o tensioni fisiche ci hanno fatto sentire sbagliate.

Ma ora siamo adulte.

Possiamo ora scegliere di sentire senza giudicarci, desiderare senza vergognarci, provare piacere senza doverci giustificare, e lasciarci così andare al flusso della vita.

La colpa non può essere semplicemente eliminata o combattuta. Ma come ogni emozione, può essere trasformata.

Il modo per trasformarla è attraverso la comprensione ed il perdono: non come gesto mentale, ma come processo interiore profondo.

Comprensione perché, quando eravamo così piccole e vulnerabili, ci è stato fatto capire che come eravamo non andava bene, e questo va prima di tutto compreso.

Non abbiamo fatto nulla di male. Oggi possiamo riconoscerlo e soprattutto ricordarlo alla nostra bambina interiore.

Possiamo dirle “Va tutto bene. Non hai fatto nulla di male. Vai bene così come sei. Meriti di godere della vita nella sua pienezza.”

Non basta dirlo. Dobbiamo sentirlo, nel corpo, nel respiro. Perché è nel corpo che vive la colpa.

Il secondo chakra ci invita a ritornare alle sensazioni: a non ignorarle, ma a sentirle pienamente.

Quando ascoltiamo le sensazioni, quando accogliamo le emozioni che emergono, siamo vivi, fluidi, interi. Siamo come acqua che scorre libera.

Questa è la guarigione del secondo chakra. Questa è l’acqua che torna a scorrere.

Come praticare con il secondo chakra per tornare a sentire

Se senti che queste parole risuonano con la tua ricerca, ti invito a esplorare le pratiche dedicate a Svādhiṣṭhāna.

Lo abbiamo esplorato nella Shala, durante il nostro viaggio attraverso i chakra.

Lavorare con Svādhiṣṭhāna significa lavorare con l’acqua: sciogliere le tensioni, aprire le anche e permettere all’acqua di tornare a scorrere.

Se ti incuriosisce, ti ricordo che puoi provare gratuitamente per 7 giorni.

Entra in Silli Yoga Shala 

Con amore,

Silli

Condividi con i tuoi amici

Scopri la tua costituzione ayuverdica!
Scopri il tuo Dosha

  1. Fai il Test
  2. Ricevi il Risultato entro pochi secondi
  3. Scopri tanti consigli personalizzati gratuiti